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Magnifico Rettore, illustri Professori, cari studenti, cari amici.

 

1. Il Vangelo appena ascoltato descrive i termini della sequela del Signore: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre… perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. E’ un brano singolare e impegnativo: per conoscere Gesù è necessario appartenerGli. Per conoscere Gesù bisogna cercarlo davvero, bisogna desiderarlo con tutto il cuore, senza pregiudizi, disposti anche a donare la propria vita. Spesso il nostro cuore non è sgombro da aspettative e pretese, da sospetti e interessi. E quando il cuore non è libero, la verità non si dona, tanto meno la verità religiosa e morale. A volte mi chiedo perché il mondo non si arrende all’evidenza di Dio che ha posto le tracce della sua bellezza nella natura, nell’intelligenza dell’uomo, nella razionalità dell’universo. Perché tante resistenze di fronte allo splendore della verità di Cristo e del suo Vangelo, alla testimonianza dei Santi e dei Martiri. Perché? Il Signore dice che bisogna farsi suoi discepoli! E, in senso ampio, sono suoi discepoli tutti coloro che cercano la verità con cuore sincero, che sono docili alla verità così com’è, anche quando questa chiede di donare la vita. Allora Egli si rivela e si concede; dona la sua vita e conduce nel seno del Padre.

2. Il richiamo al cercare la verità risulta quanto mai pertinente se applicato all’Università e alla sua missione educativa: nedefinisce l’elaborazione tipica del sapere, la scaturigine dell’originalità culturale che la distingue e la dedizione che la deve animare. Richiamo reso urgente e attuale da quella che molti descrivono come emergenza educativa. Educare non è mai stato facile; oggi, però, sembra diventare sempre più difficile. Sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori, è andata crescendo la tentazione di rinunciare. Emergenza educativa, allora, significa non solo la constatazione di una difficoltà ad incidere, ma addirittura uno smarrimento degli stessi educatori su perché educare.  Ne aveva intuito i termini il filosofo Seneca, nella sua Lettera 108:  “Il peccato dei docenti consiste nell’insegnare e disputare, non a vivere; il peccato dei discenti nel frequentare i precettori non per coltivare l’animo, ma l’ingegnosità. Così ciò che era filosofia diventa filologia”. (“Sed aliquid praecipientium vitio peccatur, qui nos docent disputare, non vivere; aliquid discentium, qui propositum adferunt ad praeceptores suos non animum excolendi, sed ingenium. Itaque quae philosophia fuit facta philologia est”).

3. Per reagire a questa preoccupante situazione, è opportuno far tesoro degli insegnamenti  di un grande educatore, padre Agostino Gemelli, che fondò l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Scrisse: “Per essere educatori non basta assolvere con diligenza il dovere di istruire, non basta recitare la splendida orazione, o ripetere per anni la stessa pur precisa ed esatta lezione; occorre che tra il maestro e il giovane si stabilisca quel rapporto che i cultori di pedagogia, a qualunque scuola appartengano, riconoscono come fondamentale causa del fatto educativo, pur indicandone in modo differente la natura; senza questo rapporto diretto, continuo, personale, da anima ad anima, non vi è educazione, si tratti di maestri elementari o di professori universitari…I giovani chiedono che il professore dia loro, e lo dia a tutti i volonterosi, il suo miglior tempo, le sue più assidue cure; chiedono che egli consideri l’istruire come il compito principale della sua vita”. (Storia dell’Università Cattolica – Le fonti, vol. I, Vita e Pensiero 2007, p. 345). Il servizio e la dedizione generosa e gratuita, sono la chiave, il nucleo generatore del dinamismo educativo. È questo anche il grembo fecondo da cui vengono generati autentici Maestri, e la traditio non si mortifica nella ripetizione, ma zampilla come fresca sorgente cui attingono le intelligenze aperte delle nuove generazioni. Allora possiamo ripetere le parole celebri di sant’Ireneo: Omnem novitatem attulit, semetipsum afferens (Adversus Haereses, 1. 4,34,1 (PG 7,1083).

4. Cari amici, in questa illuminante prospettiva possiamo rendere vitale il criterio originario di ogni istituzione universitaria: è proprio della ragione umana voler penetrare il più possibile nelle singole cose senza però perdere di vista l’insieme della realtà che esse compongono. Il criterio della sintesi, della reductio ad unum, non è semplificazione omologante, ma sintesi di saperi. Se i saperi preparano alle professioni, la sintesi organica dei saperi costituisce il “sapere”, la sapienza per la vita. Ma, per ordinare il molteplice, c’è la necessità di individuare un criterio ordinatore; questo criterio è la persona, compresa dentro i paradigmi di quell’umanesimo integrale e solidale che il grande Papa Paolo VI delineò e propose nel documento Populorum progressio. Ecco perché dovete lasciarvi costantemente e sanamente inquietare da una domanda: quanto sto insegnando e studiando costruisce l’uomo? E’ per la persona o le va contro? Si avrà così un criterio di giudizio per arricchire quella sintesi intellettuale e morale senza la quale non c’è sapienza ma solo competenza. Come cristiano e come Vescovo aggiungo che il volto dell’uomo risplende sul volto di Gesù e del suo Vangelo, letto sulle ginocchia della Chiesa.

Cari Amici, la Vergine Maria, trono della Sapienza, vi accompagni nelle vie affascinanti della verità dell’uomo e della verità totale che è Cristo,  il Verbo di Dio, il Logos eterno.

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