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Si può attraversare tutta la filosofia della seconda metà del Novecento ricostruendo la genesi delle questioni attuali riguardanti la differenza di genere. Dopo Maritain, che prima della seconda guerra mondiale in Francia era stato il fulcro del pensiero filosofico a Parigi riunendo attorno a sé intellettuali cristiani ma non solo, emergeva l’esistenzialismo, che vede in Jean-Paul Sarte e la moglie Simone de Beauvoir (Le Deuxième Sexe, 1949) i propri massimi esponenti. La loro riflessione sottolineava la libertà rispetto alla storia che volente o nolente caratterizza l’individuo e di cui deve diventare consapevole e responsabile; in questo senso, l’affermazione secondo cui “donne non si nasce ma si diventa” intendeva descrivere la condizione subalterna, ma comodamente irresponsabile della donna non come necessità ineluttabile ma come una condizione che le scelte individuali possono cambiare. Successivamente si affermava il pensiero strutturalista (con l’antropologo Lèvi-Strauss – Le totemisme aujourdhui, 1962 -, lo psicoanalista Lacan e il filosofo Foucault che si rifacevano agli studi del linguista De Saussure): si faceva sempre più spazio, così, l’idea che l’uomo non sia del tutto libero, ma, al contrario, sia ampiamente influenzato da strutture esterne a lui e di cui non è consapevole, derivanti dalla società in cui è nato. Si passava quindi al decostruzionismo di Derrida e Liotard (La condition postmoderne, 1979) che, leggendo in queste strutture che influenzano l’uomo dei mezzi per esercitare il potere, proponeva, per ritrovare quella libertà perduta, di smontarle completamente. Su questo filone si inseriva allora dall’altra parte dell’Oceano (la supremazia culturale in questo campo iniziava infatti ad uscire dall’Europa) Juditte Butler (Performative Acts and Gender Constitution, 1988) la quale, ritenendo che la definizione dei generi non sia naturale ma derivi dalla pratica di atti “performativi”che finiscono con lo strutturare un rapporto di potere, propone di scardinarlo attraverso atti performativi “sovversivi”. Infine con la provocatoria “Queer theory” (“teoria del finocchio”) diversi studiosi, tra cui Teresa de Lauretis, rispondevano al problema delle discriminazioni (stavolta a proposito di orientamento sessuale) proponendo la negazione di qualsiasi identità sessuale e teorizzandone la assoluta fluidità.

Rispetto a queste posizioni si discosta l’approccio “, che si propone di attenuare le disparità ingiustificate nelle relazioni per promuovere la condivisione del potere e della capacità di decidere, senza necessariamente mettere in discussione l’identità di genere. Alla base vi è il riscontro pratico che gli atti di violenza o discriminazione nei confronti delle donne (o, più generalmente su soggetti deboli: bambini, disabili, ecc) sono percepiti come tali e denunciati dalla vittima o dalla società spesso solo quando superano una soglia in sé molto alta. Approcci legislativi finalizzati ad abbassare questa soglia difficilmente saranno efficaci, senza che prima le persone siano state in qualche modo rese sensibili a questo tipo di dinamiche. Le attività che hanno questo scopo possono allora rivestire un ruolo importante, per quanto l’efficacia sia anche in questo caso non automaticamente dimostrabile. Presupposti teorici diversi possono essere richiamati come fondamento degli stessi interventi: per questo l’accostamento biunivoco della singola corrente filosofica alle specifiche pratiche (ad esempio, finalizzate alla prevenzione degli abusi sessuali) non sempre è appropriato.

Davanti alla complessità dell’individuo, l’OMS propone una descrizione basata su diversi livelli: il sesso biologico, il genere (ovvero come l’individuo si percepisce), il ruolo di genere (più o meno concorde in base alle aspettative sociali) e l’orientamento sessuale (definito come il sesso verso cui l’individuo è attratto affettivamente). Che sia o meno una lettura della realtà soddisfacente, lo può dire la pratica: di fatto rappresenta il modo in cui l’uomo cerca di classificare la realtà (come fa da secoli) cercando un compromesso tra precisione e necessità di semplificazione finalizzata a comunicare un concetto. L’impossibilità di ricondurre alla semplificazione non deve escludere l’esistenza di una maggiore complessità non prevista. Allo stesso modo il riscontrare l’interdipendenza tra le diverse categorie (ad esempio, è noto che il sesso biologico influenza lo sviluppo del cervello: di conseguenza, è verosimile che influisca anche su variabili comportamentali) deve portare a un maggiore approfondimento. Più problematico potrebbe essere il pretendere di non poter procedere a nessuna classificazione, negando così la possibilità di essere fedeli a sé stessi e ad una propria identità, come sembra proporre la Queer Theory.

Grazie al prof. Giovanni Grandi

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