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L’uomo nella Bibbia appare decritto nella cifra dell’unitarietà pur nella complessità (vedasi Paolo 1 Ts 5,23: “tutto ciò che è vostro, spirito anima e corpo”). Risente l’influsso di Platone l’idea di un corpo separato e separabile dall’anima. Essa può aver aperto la strada da un lato a quel riduzionismo meccanicista (supportato, ad esempio, dalle teorie freudiane) che pretende di semplificare la complessità della persona alla risultante dei processi biochimici in atto, e dall’altro alla possibilità di fare del corpo ciò che una soggettività incondizionata impone, come le teorie che riguardano, ad esempio, il genere e l’orientamento sessuale hanno finito col prendere atto.

Nel Novecento diversi antropologi hanno tematizzato i cambiamenti nella visione del corpo che sono avvenuti nella cultura occidentale. Lucien Lèvy-Bruhl e Marcel Mauss parlando di dispersione corporea hanno descritto la tendenza a non considerare più il corpo come un contenitore identificativo dell’uomo, ma una maschera funzionale ai desideri personali e alle aspettative sociali, con caratteristiche liquide e fugaci. Donna Haraway, con il termine ibridazione corporea, attribuiva alla tecnica la capacità, grazie appunto all’ibridazione, di trasformare il corpo stesso da un elemento di differenza a uno strumento di egualitarismo.

Dal fronte della Fenomenologia, per quanto non particolarmente intrisa di cristianesimo, al corpo è stato attribuito invece un ruolo importante, in quanto dona al soggetto la dimensione di un “qui ed ora”(funzione orientativa), il possesso di una casa propria, fonte di tranquillità dove lo spirito risiede (fuzione possessiva), uno strumento che permette di agire nel mondo (funzione demiurgica), un magnete cui tendono le relazioni (funzione referenziale). E tuttavia dallo spirito il corpo è anche costantemente trasceso nel suo aspirare all’infinito. Nella lingua tedesca si distingue infatti Leib (la struttura ontologica, esperienza corporea del soggetto, trascesa, sentita come vivente) da Körper (la struttura ontica, la materialità oggettivabile). Propone di affermare che l’uomo non abbia ma sia il suo corpo (e non solo…).

Ritornare a pensare alla persona nella cifra dell’unitarietà e della complessità allora potrebbe non richiedere di avere scoperto tutti i segreti dell’uomo per essere giustificato, ma, piuttosto, di non negare le zone d’ombra, di accettarle senza riempirle dei nostri significati, per ritornare al mistero, unico e complesso, dell’uomo…

grazie a don Alessandro Cucuzza

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