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Definizioni e modelli di famiglia

La famiglia è stata definita come un gruppo sociale formato da adulti, di sesso diverso, socialmente approvato, con residenza comune, caratterizzato da cooperazione economica, finalizzato alla riproduzione. Viene descritta come un gruppo primario, in cui si possono interiorizzare i valori della società (in questo senso la famiglia crea la società): l’aspetto normativo consente una socializzazione primaria profonda, più ancora della scuola o di altre “agenzie educative”. È una invariate sociale in tutte le popolazioni umane. Secondo la teoria evoluzionistica, formulata a metà Ottocento, anche la società modifica la famiglia: veniva infatti interpretato così il passaggio dal modello patriarcale stabile, tipico della società agricola, utile a mantenere la proprietà in divisa, a quello della famiglia nucleare, tipico della società industriale in cui l’eredità è individuale. La teoria sistemica, più recente (1950), descrive invece la famiglia come un centro di integrazione funzionale alla soddisfazione dei bisogni dell’individuo e quelli della società. Al suo interno c’è una complementarietà perfetta tra bisogni e offerte. I nuclei familiari possono essere classificati in base a un asse verticale normativo e uno orizzontale affettivo. Oggi probabilmente il codice affettivo prevale molto spesso su quello normativo, in quanto l’applicazione della norma è vissuta dai genitori assieme al rischio di perdere l’affetto.  L’immagine dell’albero per descrivere la famiglia, che sottolinea rapporti gerarchici di dipendenza, potrebbe oggi essere sostituita dall’immagine del baccello, che descrive un campo più ristretto, ma permette di tematizzare relazioni più intense e paritarie. In base al capitale sociale, cioè rispetto a quel patrimonio di legami instaurati all’interno del gruppo (tipo bonding, esclusivi) e all’esterno (tipo bridging, inclusivi) di cui è dotato ogni individuo, le famiglie possono essere descritte come responsabili (alti entrambi), protettive (basso bridging), discrasiche (basso bonding) e fragili (bassi entrambi).

Qualche dato

Dal ’77 l’indice di fecondità è sceso sotto la soglia di ricambio (2,1 figli per donna): oggi in Italia è pari a 1,39, sostanzialmente stabile dopo un nadir nel ’98 (leggera ripresa dovuta a donne straniere, che però subito sembrano aver preso le abitudini riproduttive italiane). Questo fatto sta determinando un calo demografico che tende ad avviarsi su se stesso. È aumentata l’età del primo parto e, se multipli, i parti si sono concentrati in un arco temporale più ridotto. Non sono solo fattori economici a limitare il numero di figli, ma sembra essersi ridotto alla base il desiderio di figli (sempre maggiore tra gli uomini che tra le donne). Tant’è vero che è caratterizzato da maggiore fecondità il Meridione, più povero, e non le regioni settentrionali. Il matrimonio è visto spesso come un modo per istituzionalizzare un rapporto dopo la nascita di un figlio. Nel frattempo è aumentato il numero di famiglie anagrafiche, mentre si è ridotta la numerosità dei nuclei familiari (per l’aumento delle famiglie unipersonali – siano esse formate da celibi, vedovi o separati): questo è il dato che sottolinea maggiormente l’esplosione del modello famigliare. Dagli anni ’70, con l’avvento dei contraccettivi e la legalizzazione dell’aborto,  non è servito più avere dei figli per sentirsi realizzati: in particolare i padri sono divenuti completamente dipendenti dalle mogli rispetto al desiderio di avere figli (che questo abbia contribuito all’incremento di episodi violenti in famiglia a carico delle donne è una ipotesi). Secondo sondaggi più volte ripetuti, la famiglia per gli italiani è da sempre il valore più condiviso (il 90% la considera importante o molto importante); il lavoro è al secondo posto (60%) – la politica sta all’ultimo ( tra i rappresentanti delle istituzioni solo forze dell’ordine e insegnanti si salvano), la religione raggiunge il 30%. Per la maggioranza degli italiani la famiglia è fondata sul matrimonio (almeno fino a qualche anno fa), ma solo il 60%, anche tra coloro che si dichiarano cattolici, ritiene che i coniugi debbano essere di sesso differente (solo gli islamici sono compatti nell’escludere il matrimonio omosessuale).

Pro e contro

La famiglia nucleare moderna può curare meglio i figli, e i rapporti coniugali sono più simmetrici. I figli della famiglia lunga d’altra parte hanno più tempo per assimilare i modelli genitoriali. Si è notato che chi vive in famiglia ha uno stato di salute e una speranza di vita migliore rispetto a un single. La famiglia italiana è però straordinariamente lunga, con una quota di ragazzi over 25 che vivono con i genitori molto più alta che in qualsiasi altro Paese d’Europa (70% e 50% rispettivamente per maschi e femmine contro il 25% e 10% europeo): le motivazioni addotte dai ragazzi sono prevalentemente i motivi economici o il fatto che in famiglia “si sta bene”. Niente in effetti è gratuito come la famiglia, e svolge come essa tutte le funzioni (è sovrafunzionale rispetto a scuola, sport, ecc), colloca nel mondo e permette all’individuo di formarsi una identità, necessaria per formare una nuova famiglia.

Creare una nuova, propria famiglia sarà per le nuove generazioni una sfida che dovranno affrontare in prima persona – ma questo non può giustificare il disinteresse delle generazioni precedenti e delle famiglie più “vecchie”.

Prof.ssa Maddalena Colombo (cattedra di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università Cattolica)

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