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Il momento tematico dell’Assemblea Regionale di Trento voleva rispondere con la visione di un economista alla domanda se lo studio universitario anche al giorno d’oggi permetta effettivamente di raggiungere una posizione lavorativa premiante (in termini retributivi e di responsabilità) rispetto a chi non ha compiuto gli studi superiori. In primo luogo è stato sottolineato come questo vantaggio correlato a un titolo di studio superiore sia sostanzialmente ancora reale, anche se con alcune differenze geografiche (in quanto risulta meno accentuato in Italia rispetto ad altri Paesi come gli Stati Uniti) e di genere, in quanto le donne, anche laureate, tendono a guadagnare meno degli uomini (anche se la differente distribuzione dei generi nelle diverse classi di laurea – cioè, banalizzando, poche donne a Ingegneria, molte a Scienze della Formazione – può aver introdotto un bias in questo risultato). La domanda di partenza non era retorica in quanto a fronte di un aumento negli ultimi anni del numero di laureati (in Italia, come in tutto il mondo) sarebbe stato lecito aspettarsi, per la legge della domanda e dell’offerta, che la retribuzione media di un laureato tendesse a scendere. Al contrario, l’incremento dell’offerta non ha avuto questo effetto: ciò è stato attribuito alla diffusione di nuove tecnologie (quelle informatiche in particolare) che si sono sviluppate proprio grazie all’abbondanza di persone dotate di conoscenze tecniche complesse e che poi ne hanno richiesto il sempre maggiore impiego.

Con la premessa di far riferimento al sistema americano (caratterizzato da università che si sostanziano come college, dove le attività sociali sono una parte importante anche rispetto alla scelta dell’Ateneo, e dove il contendersi tra le università dei migliori docenti richiede un sempre maggiore impegno finanziario che ricade sugli studenti e che può essere considerato remunerativo solo dimostrando la fondatezza della promessa di una migliore retribuzione futura), sono stati proposti i risultati di ricerche che si proponevano di individuare i fattori correlati ad un maggiore successo lavorativo (in termini economici) dopo la laurea. Le attività sociali (sport, attività ricreative ed artistiche) non risultavano in nessun modo correlate alla retribuzione. Al contrario, più ancora delle competenze tecniche disciplinari, le capacità di pensiero critico e complesso sviluppate dagli studenti si correlavano con il più grande vantaggio economico dato dal titolo universitario. Una osservazione che può essere ben giustificata se pensiamo che lo sviluppo tecnologico ha permesso e permetterà sempre meglio di affrontare senza l’ausilio dell’uomo i problemi che non richiedono quel pensiero complesso e critico che, appunto, si richiede a chi conclude gli studi di istruzione superiore e che le istituzioni accademiche dovrebbero porsi l’obiettivo di sviluppare. Queste capacità complesse si sono dimostrate allenabili solo da fattori come lo studio individuale, la lettura di testi scientifici e la scrittura. Pertanto, da questo tipo di esercizi dovrebbe essere caratterizzata una università di qualità, per la quale l’investimento (economico – ma anche soggettivo, aggiungeremmo, in termini di tempo, impegno, stress) sia effettivamente remunerativo.

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