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L’instabilità politica dei Paesi arabi

Sul fronte interno, si tratta di regimi la cui forma di governo può essere cambiata essenzialmente soltanto attraverso processi rivoluzionari, e in cui comunque il cambio avviene generalmente soltanto verso un regime egualmente dittatoriale (dittatore sostituisce dittatore). Da questo discende l’importanza dell’esercito, per mantenere il controllo del governo, e l’instaurazione di uno stato di guerra permanente all’interno, per sopprimere sussulti rivoluzionari (o anche di partiti solo moderati).

Sul fronte esterno, inoltre vi è spesso una contrapposizione e una reciproca diffidenza tra regimi monarchici (Marocco, Giordania, Arabia Saudita) e repubblicani (Iran, Turchia, Egitto, Stato islamico). Tutto questo spiega almeno in parte l’intrinseca instabilità dei Paesi della regione.

Controllare la via della seta per controllare il mondo

Gli interessi economici che passano per il Medio Oriente storicamente sono sempre stati notevolissimi. In particolare oggi questa via sembra essere attraversata da interessi riguardanti i gasdotti che provengono dal golfo Persico e diretti in Europa. Infatti, nei Paesi europei, da un lato si sta compiendo un passaggio progressivo, dettato anche da motivazioni ambientaliste, dai combustibili nucleari e fossili (carbone e petrolio) al gas naturale. Dall’altro ciò rende l’Europa particolarmente dipendente dalle forniture russe, che si sono già dimostrate nella guerra in Ucraina un potente mezzo di ingerenza della Russia all’interno delle politiche degli stati vicini. Gli Stati Uniti non essendo ancora in grado di esportare il gas prodotto in casa con il fraying, hanno appoggiato il tentativo europeo di cercare fonti di approvvigionamento alternative. In particolare, il più grande giacimento conosciuto al mondo sembra essere nel golfo Persico, per due terzi sfruttabile dal Qatar, e per un terzo dall’Iran. Trasportarlo via mare lo renderebbe però più costoso di quello russo, pertanto sono stati progettati due gasdotti che rispettivamente dal Qatar e dall’Iran attraverso la Siria giungevano in Europa. Ora Assad, sostenuto dalla Russia, si era opposto al gasdotto del Qatar proteggendone gli interessi, mentre aveva dato l’assenso al gasdotto dell’Iran, forse considerandolo il male minore (essendo l’Iran un Paese tradizionalmente più ostile agli Stati Uniti rispetto al Qatar). Il Qatar a questo punto ha avuto buone ragioni per sostenere i ribelli nemici di Assad. Viceversa, l’Iran e la Russia hanno avuto le loro convenienze nello schierarsi in suo favore. La Turchia, essendo coinvolta soltanto dal progetto del Qatar si è schierata facilmente a favore dei ribelli, cogliendo l’occasione per combattere i Curdi, prima sostenuti dal regime siriano. Ancora, essendo che Uiguri, Ceceni e Turkmeni si riconoscono nella Turchia, la Russia ha sfruttato l’occasione per indebolirli (in particolare i Turkmeni, che erano stati sfruttati dalla Turchia per occupare delle zone dell’Iraq settentrionale di possibile pertinenza curda). In questo dunque anche la Cina ha interessi (perchè deve gestire la situazione dello Xinjan, dove gli Uiguri reclamano l’indipendenza) e preferirebbe una regione il più possibile stabile. Analoghi interessi si delineano attorno all’area dell’Iraq settentrionale per giacimenti di petrolio e oleodotti. Israele non può permettersi guerre interne a causa della conformazione territoriale, troppo piccola e piana: tutte le guerre deve combatterle dunque al di fuori dei limiti territoriali dello Stato. L’Arabia Saudita, indebolita dall’abbassamento del prezzo del petrolio di cui l’Iran è in gran parte responsabile, si sta vendicando sottraendo capitali dalle Borse europee, aumentando la volatilità dei listini (a causa di chi cerca di vendere prima che vendano gli Arabi).

La guerra in Siria

E’ una guerra totale nel senso che si combatte su tutti i fronti ed in tutti i modi, ma non assoluta, tale da prevedere l’annientamento dell’avversario: gli interventi sono sempre mirati su obiettivi specifici, finalizzati a a impedire la crescita dell’avversario e non perdere posizioni, perché sulla base di queste sarà fatta la pace. In questo senso, è una guerra di logoramento. Come molte guerre moderne è una cool war: una guerra intelligente e fluida dove tutti gli attori hanno interessi comuni e divergenti allo stesso tempo; in cui si fanno azioni di guerra per testare il nemico e farlo uscire allo scoperto, verificare le sue tattiche, scoprire le sue armi, legittimare scelte, far credere cose; in cui si fanno negoziati che concedono troppo per entrare in credito con l’altro e creare dipendenza, alleanze che possono diventare ricatto; si compiono specifiche scelte di retorica (miliziani o ribelli); si fa uso dell’economia con tecniche di speculazione e del turismo per favorire Paesi alleati e mettere in difficoltà nemici. Tutto è cominciato con la rivolta contro Assad guidata dai Fratelli musulmani: stati esteri (vedi sopra) hanno quindi cominciato a muoversi sullo scacchiere per tutelare i propri interessi. Assad rispetto a queste ingerenze si è difeso innescando una spirale di azioni e reazioni, in cui a farne le spese sono stati i gruppi più moderati, da qualsiasi parte si fossero inizialmente schierati. I Paesi Occidentali trovano più facile combattere l’IS in Iraq, dove l’Iran può essere un alleato, piuttosto che in Siria, dove già ci sono grandi potenze coinvolte con interessi contrapposti. L’IS dal canto suo si sostiene dal punto di vista militare prevalentemente rubando le armi o comprandole sul mercato nero.

Il ruolo della religione

La religione in questi Paesi più che in Occidente è un fatto pubblico, e riguarda l’esercito e la vita politica. Quindi facilmente diventa un collante per fazioni con particolari interessi. Rispetto al fondamentalismo, va notato che quando un partito confessionale prende il potere, l’opposizione sarà generalmente ancora più confessionale, spiegando la spirale di estremismo che ha portato l’ISIS a svilupparsi in opposizione ad AlQaeda.

I migranti

Sappiamo che la maggior parte delle rotte è controllata da mafie (quella nigeriana una delle più potenti) che spesso ingannano chi loro si rivolge. Spesso a migrare sono persone della classe media, che partono libere e si ritrovano schiave in un punto di non ritorno lungo la via, che li porta a rischiare la vita non potendo tornare indietro. La Spagna è riuscita ad avere il controllo delle rotte a Gibilterra, Ceuta e Melilla solo con strettissimi controlli alle frontiere. Invece le attività umanitarie di soccorso dei migranti nel Mediterraneo (operazioni Mare Nostrum e Triton) sono state sfruttate dai trafficanti a proprio vantaggio – non certo a vantaggio dei migranti – perché consente loro di abbandonarli in mare aperto, evitando il rischio di essere catturati arrivati vicino alle coste italiane. Di fatto il confine meridionale dell’Italia è rappresentato dai Paesi subsahariani (così si spiegano i viaggi di Renzi in Nigeria e la ricerca di alleanze tra quei Paesi per l’elezione dell’Italia in Consiglio di Sicurezza), mentre quello orientale è rappresentato dai Balcani. In questo abbiamo molti interessi comuni con la Germania, che condivide in buona parte questi confini con noi. Il 90% dei profughi che non tentano le rotte di migrazione non vive nei campi profughi, bensì in paesi e villaggi: pertanto è necessario spostare i finanziamenti dalla costruzione dei campi a breve termine a investimenti a lungo termine sui servizi educativi e sanitari.

L’Europa addormentata

Per ora è programmata per una navigazione in acque tranquille: per i problemi attuali si sta dimostrando spesso impreparata. In particolare rispetto al tema dei migranti, il diritto umano all’accoglienza è stato messo in discussione dalla stessa Merkel, che ne era fautrice, di fronte alla violazione di un altro diritto umano, l’integrità fisica delle donne (in seguito ai fatti di Stoccarda, che hanno rappresentato una importante cesura). Al suo interno peraltro ci sono Paesi che si pensano imperialisti (l’Inghilterra, la Francia – che ha voluto la fine di Gheddafi per poter controllare delle riserve strategiche di petrolio ed evitare una potenza che fomentava rivolte nelle ex-colonie). Per l’unità occorrono degli interessi comuni. Probabilmente i suoi migliori valori, la solidarietà, la democrazia, sono anche i suoi maggiori interessi. Occorre convincere. Non sappiamo quando l’idea di Europa avrà una nuova vita, ma ci sarà.

Le divisioni del Papa

E’ famosa la domanda retorica di Stalin sul potere della Santa Sede. Se è vero che il Papa non ha un esercito, e non si può parlare nemmeno di soft power (perché con esso si intende l’uso di spionaggio, finanziamenti, ecc.), la diplomazia del Vaticano si caratterizza per avere come obiettivo invece che il conquistare il potere con l’inganno o la forza, quello di diffondere alcuni valori: con questo fine accetta di scendere nel gioco della politica, e di conseguenza di farsi strumentalizzare e strumentalizzare a sua volta (si vedano le recenti polemiche di Trump con il Papa all’interno della campagna elettorale presidenziale) per fare in modo che i suoi valori possano essere difesi da portatori di interesse. Deve procedere a sponde: ottiene un risultato quando rende appetibile per determinati Paesi o partiti un certo suo obiettivo in quanto in qualche modo tocca gli interessi di qualcuno. Ciò è quanto successo nel settembre 2013 quando Obama ha bloccato l’intervento armato statunitense in Siria (obiettivo che la missione del cardinale Etchegarray in Iraq nel 2003 non era riuscita a raggiungere): la Santa Sede è riuscita ad offrire ad Obama una legittimazione rispetto alla suo interesse di evitare l’impegno diretto militare degli Stati Uniti in Siria. La forza del Vaticano sta dunque nel coordinamento, nella coesione, nella ramificazione e nella legittimazione etica e morale. Da un punto di vista geopolitico, il Vaticano si trova protetto dallo scudo militare NATO. Tuttavia sta portando avanti una politica di dialogo con l’ortodossia (gli incontri del Papa con il Patriarca di Mosca, e poi con Bartolomeo e l’arcivescovo di Atene) che cerca di riallacciare il confronto con la stessa Russia, che è anche finalizzata a cercare di far dialogare tutti gli interessi delle potenze coinvolte nella guerra siriana.

Incontro con p. Luciano Larivera SJ del 30/05/2016

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