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Nell’anno giubilare appena concluso, anno santo “della Misericordia”, sono state più volte riprese, anche dal Papa nelle sue catechesi, le “opere di misericordia”  (secondo l’essenzialità del catechismo di san Pio X: “dar da mangiare agli affamati; dar da bere agli assetati; vestire gli ignudi; alloggiare i pellegrini; visitare gli infermi; visitare i carcerati; seppellire i morti; consigliare i dubbiosi; insegnare agli ignoranti; ammonire i peccatori; consolare gli afflitti; perdonare le offese; sopportare pazientemente le persone moleste; pregare Dio per i vivi e per i morti”). Esse ci provengono da una lunga tradizione, biblica ed evangelica prima, patristica e scolastica poi, fino cristallizzarsi nel numero 7 (che non è da leggere ovviamente in senso restrittivo, ma, seguendo la mentalità dell’uomo medievale, al contrario, con un significato di completezza). Per quanto siano di alto valore etico, il loro significato non si può fermare a questa dimensione, a meno di ridurre la Chiesa a una organizzazione di beneficienza e la vita cristiana a una somma di imperativi morali, un “attivismo” che ci porterebbe a descrivere quello che siamo misurando quello che riusciamo a fare.

Che cosa è l’opera?

Che esista una necessità pratica nella vita di fede lo dimostra il fatto che il Dio biblico è di per sè un Dio che opera, e operando salva, in tutta la storia di Israele. In questo senso va letta la domanda riportata nel capitolo 6 del Vangelo di Giovanni quando la folla, sfamata dopo la moltiplicazione dei pani, dopo aver raggiunto Gesù sull’altra sponda del lago, gli chiede cosa fare per operare le opere di Dio (Τί ποιῶμεν ἵνα ἐργαζώμεθα τὰ ἔργα τοῦ θεοῦ;). La risposta questa è l’opera di Dio, che crediate in colui che egli ha mandato (Τοῦτό ἐστιν τὸ ἔργον τοῦ θεοῦ ἵνα πιστεύητε εἰς ὃν ἀπέστειλεν ἐκεῖνος) passa significativamente al singolare e apre a una seconda domanda: Cosa dunque fai tu come segno perché vediamo e ti crediamo? Cosa operi? (Τί οὖν ποιεῖς σὺ σημεῖον, ἵνα ἴδωμεν καὶ πιστεύσωμέν σοι; τί ἐργάζῃ;). La risposta di Gesù riprende il ricordo della manna del deserto, il pane del cielo con cui Mosè aveva sfamato – e salvato – i padri, e lo attualizza: il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo (ὁ γὰρ ἄρτος τοῦ θεοῦ ἐστιν ὁ καταβαίνων ἐκ τοῦ οὐρανοῦ καὶ ζωὴν διδοὺς τῷ κόσμῳ) aggiungendo poco dopo: Io sono il pane della vita (Ἐγώ εἰμι ὁ ἄρτος τῆς ζωῆς). E’ dunque l’offerta del Figlio, nel segno del pane spezzato, l’opera di Dio per eccellenza, quella con cui egli salva il mondo.

Che cosa è la misericordia

Nella “lettera ai Romani” al capitolo 9 l’autore spiega come sia possibile che l’Alleanza stipulata con il popolo ebraico sia estesa a tutte le genti: la discendenza di Abramo che è l’oggetto del patto non sta nel sangue ma nella promessa, che è un libero atto della volontà di Dio. Nel caso di Abramo ad esempio si considera figlio della promessa solo Isacco, pur essendo nel sangue figlio anche Ismaele, e similmente per Isacco la discendenza è costituita da Giacobbe pur essendo Esaù il primogenito: quindi, conclude l’autore, la discendenza non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia (ἄρα οὖν οὐ τοῦ θέλοντος οὐδὲ τοῦ τρέχοντος ἀλλὰ τοῦ ἐλεῶντος θεοῦ). Così anche i gentili, essendo amati da Dio, cioè per grazia (χάρις), possono far parte della Chiesa. Quindi la prima grande opera di misericordia è quella che Dio ha usato per salvare noi: un’opera che dobbiamo riconoscere nella nostra storia personale e alla quale dobbiamo tornare perché le nostre opere di misericordia siano opera di Dio. Così insegnava anche madre Teresa, nell’intervista concessa a La Vita Cattolica, settimanale diocesano di Udine, nel 1981.

(grazie a don Rudy Sabadin per la meditazione)

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